8 settembre 2021

Riapertura scuole: da settembre 2021 supporto psicologico in classe

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Riapertura scuole: da settembre 2021 supporto psicologico in classe

Come un ciclone, l’emergenza sanitaria Covid-19, ha travolto le vite di tutti in particolar modo quella di bambini e ragazzi

Un anno senza essere presenti a scuola e lezioni con didattica a distanza (DAD). La brusca sospensione delle attività scolastiche e delle interazioni sociali ha determinato importanti conseguenze di impatto psicologico su tutti gli attori coinvolti (genitori, insegnanti, studenti), generando riflessioni con ricadute spesso negative. Stress, nervosismo, irritabilità e depressione sono sono alcuni dei disagi emotivi riscontrati. 

Ad approfondire il tema è il Dott. Mauro Schiavella, Psicologo Psicoterapeuta e Manager della Ricerca (membro esterno) presso il B-ASC Bicocca Applied Statistics Center, Università di Milano-Bicocca.

 

1. Dottore, può spiegarci meglio l’impatto della pandemia dal punto di vista emotivo, psicologico e scolastico?

 

La pandemia da Covid-19 è un lungo evento stressogeno su scala mondiale, che ha potentissimi impatti emotivi e psicologici su bambini, giovani, adulti e anziani. Ha causato una profonda crisi sanitaria, economica e finanziaria, minando il senso di sicurezza, stabilità e protezione di cui abbiamo bisogno per provare fiducia nel futuro e per desiderare di fare progetti e continuare a crescere. La minaccia reale e tangibile del virus e delle sue conseguenze sulla salute, sullo stile e le abitudini di vita e sulle condizioni socioeconomiche di individui, famiglie e intere comunità sono state percepite da persone di tutte le età, che hanno sperimentato ansia, paura, solitudine, incertezza, e senso d’impotenza per un lungo periodo di tempo.

 

Questi impatti sono stati di diversa natura ed entità a seconda dei soggetti coinvolti, della gravità della minaccia, della capacità di fronteggiarla, delle misure messe in atto per contenerla e superarla: perdita della salute, del lavoro, della casa, dei cari, delle relazioni affettive significative; aumento dei malati e dei deceduti, aumento delle disuguaglianze socioeconomiche, aumento dei suicidi, aumento dei problemi mentali, aumento del tasso criminale, scarsezza di cibo e beni di prima necessità, aumento del rischio di povertà. 

 

Nel marzo dell’anno scorso gli occhi di tutto il mondo erano puntati sul Nord Italia, quando gli ospedali erano sovraccarichi di pazienti con coronavirus e ogni giorno si registrava un aumento dei malati e dei deceduti. Alcune scene condivise dai media hanno provocato l’orrore e lo sgomento che proviamo di fronte ai reportage di guerra. Nell’immaginario comune ci sono ormai le scene delle persone intubate, dei ricoverati in terapia intensiva, dei camion militari che trasportano le bare, e il suono delle sirene delle ambulanze a tutte le ore del giorno e della notte ha accompagnato le nostre lunghe giornate di isolamento durante il lockdown.
L’archivio delle memorie emotive di tutti noi si è dunque arricchito di esperienze di paura, dolore, sofferenza e lutto. Abbiamo anche imparato a non poter accudire i malati e non accompagnare i morenti, perché abbiamo dovuto essere separati da loro e loro da noi, senza neppure poterli rassicurare, incoraggiare o addirittura salutare per l’ultima volta. 

La paura che i più giovani contagiassero i più anziani, rischiando di provocarne la morte per COVID, ha creato delle separazioni forzate nelle famiglie e ha fatto sperimentare paura, senso di colpa, rabbia, frustrazione e profonda tristezza in figli e nipoti.

Questi impatti psicologici sono stati studiati dagli accademici e dai clinici anche per avere l’opportunità, conoscendoli, di fornire indicazioni su come affrontarli e su come risolvere le loro conseguenze. E' stata rivelata un’ampia gamma di disturbi: ansia, depressione, dipendenze da sostanze e da comportamenti, disturbi dell’alimentazione e del sonno e disturbo post-traumatico da stress. A loro volta queste condizioni patologiche possono generare impatti cognitivi che possono modificare le prestazioni cognitive anche dei più giovani. 

 

2. Dal punto di vista scolastico invece? Qual è stato l'impatto della pandemia?

 

Dal punto di vista scolastico, malgrado ci si sia adoperati per offrire didattica e formazione a distanza (DAD e FAD), è venuto a mancare quel contributo fondamentale per la crescita che viene garantito dalla costante interazione sociale di persona con compagni, coetanei e docenti. L’importanza di questo genere di interazioni sociali sta nell’ampia gamma di differenze individuali con le quali ci si confronta nell’ambiente scolastico, e da tutta la vastità di sfumature emotive che accompagnano queste relazioni sociali. In questo ambiente così vario si impara a conoscere se stessi e gli altri, a capire i propri bisogni, desideri, obiettivi e quelli degli altri e a confrontarsi con regole, impegni e aspettative. Una vera scuola di vita.

 

3. Cosa state registrando sulla salute dei ragazzi?

 

La letteratura scientifica è ricca di contributi che studiano periodicamente i comportamenti dei ragazzi, in particolare i comportamenti a rischio. Confrontare i dati di quegli studi con quelli raccolti nel 2020 e nel 2021 è utile per avere una più chiara idea degli impatti sulla loro salute mentale, e quindi dovremo attendere il 2022 per avere una più chiara immagine degli impatti sulla salute dei ragazzi nell’anno corrente. 

 

4. Cosa rileva il sondaggio ESPAD?

 

Per quanto riguarda l’Europa, ogni anno viene effettuato il sondaggio ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) sugli studenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni. In particolare, ESPAD raccoglie dati sull’uso di alcol e altre sostanze e sulle abitudini e gli stili di vita dei ragazzi. Già nel 2015 si evidenziava come 13 anni di età sembrasse essere un traguardo d’iniziazione: il 23% aveva già fumato sigarette, il 47% aveva bevuto alcol e il 3% aveva fatto uso di cannabis a quell’età.
I sondaggi ESPAD indagano anche comportamenti che possono sfociare in dipendenze, come l’uso di Internet, i videogiochi online e il gioco d’azzardo online.

ESPAD 2020 Italia evidenzia l’alto rischio di problemi legati all’uso dei social: il 94% passa regolarmente tempo su chat e social network (il 20% meno 1 ora al giorno; il 51% 2-4 ore al giorno; il 29% più di 4 ore al giorno).
Durante il lockdown 2020 il 43% ha bevuto alcolici, il 16% almeno 2 volte al mese ha fatto un’abbuffata di alcolici (binge drinking), ha ingerito cioè in un breve lasso di tempo almeno 6 Unità Alcoliche, che corrispondono a 2 litri di birra o 1 bottiglia di vino o 6 aperitivi/cocktail alcolici; il 3% ha assunto senza prescrizione medica psicofarmaci per dormire/rilassarsi. Inoltre, il 6% ha fatto uso di cannabis e l’1% ha assunto almeno un altro tipo di droga (cocaina, eroina, stimolanti, allucinogeni). 

Se andiamo a verificare i dati relativi a tutto il 2020, e quindi non sono quelli relativi al primo lockdown, scopriamo che nell’ultimo anno l’80.8% ha assunto alcolici, il 15,7% ha fatto binge drinking nell’ultimo mese, il 12,2% si è ubriacato nell’ultimo mese. Inoltre, il 25,8% ha fumato cannabis nell’ultimo anno, il 50,1% ha assunto bevande energetiche (energy drinks) nell’ultimo anno, l’1,8% ha assunto cocaina nell’ultimo anno e il 6,6% ha consumato psicofarmaci senza prescrizione. Altri comportamenti preoccupanti per il rischio di sviluppo di dipendenze sono il gioco d’azzardo, attività sperimentata dal 45,2% nell’ultimo anno (il 7% ha un profilo di gioco problematico) e la quantità di tempo speso in videogiochi e in attività di social media (il 53% ci trascorre più di 2 ore al giorno).

Questi dati ci fanno capire quanto l’uso e abuso di sostanze sia diffuso nel nostro paese (inclusi gli psicofarmaci senza prescrizione!), oltre a far suonare un campanello d’allarme per quanto riguarda gioco d’azzardo, videogames e utilizzo dei social.

Rispetto agli anni precedenti oltre all’incremento delle dipendenze, con le sintomatologie associate (disturbi del sonno, dell’alimentazione, impulsività, aggressività) si registrano maggiori disturbi di ansia e depressione. In particolare, la prevalenza di ansia (20,5%) e depressione (25,8%) tra bambini e adolescenti è raddoppiata rispetto alle stime pre-pandemia e i tassi di prevalenza sono andati aumentando di pari passo con il perdurare della pandemia, specialmente tra gli adolescenti più grandi e tra le ragazze. 

 

5. Nell’analisi dei dati avete riscontrato una differenza tra la prima e la seconda fase della pandemia?

 

Gli studi che si sono occupati della fase iniziale della pandemia, culminata con il lockdown attuato l’8 marzo 2020, hanno rilevato nella popolazione generale risposte psicologiche immediate come sintomi di ansia (17,6%), sintomi depressivi da gravi a molto gravi (12,4%) e livelli di stress per lo meno moderati (41,6%). In totale, più della metà della popolazione ha valutato l’impatto psicologico della pandemia come moderato o grave. 

La seconda ondata del contagio, quella seguita dopo l’estate 2020, ha portato vissuti di sconforto e delusione, motivati dal mancato “cessato pericolo”. Infatti, l’Italia, che era stata il primo paese occidentale ad applicare il lockdown, era stata anche il primo a terminarlo, permettendo alla popolazione di trascorrere l’estate con poche restrizioni. Aver affrontato una crisi profonda e poi esserci ricaduti nella seconda ondata, ha provocato sentimenti di tipo depressivo. Non essendoci ancora rimedi diversi dal distanziamento sociale nelle sue varie forme, come dispositivi di protezione individuale, distanziamento e lockdown, essendo il vaccino non ancora disponibile, la seconda ondata è stata accompagnata da profondi vissuti di angoscia e impotenza, e una parte della popolazione ha cercato vie di fuga in comportamenti a rischio, dalle dipendenze ai suicidi tentati e/o riusciti. L’esaurimento delle energie psichiche poi ha portato anche a sviluppare patologie come il disturbo post-traumatico da stress e la sindrome da burnout: le poche forze che rimanevano sono state completamente esaurite, a spese delle capacità di resilienza degli individui.

 

6. In questo contesto, come si colloca la figura dello psicologo? Cosa dovrebbe fare la scuola per alleviare la situazione di stress che i ragazzi hanno subito? 

 

In questo contesto la professione dello psicologo trova applicazione nelle varie forme di attività volte alla prevenzione, alla promozione del benessere e alla cura. Sono diverse le figure professionali psicologiche che possono dare un contributo: lo psicologo delle emergenze mette insieme gli ambiti della psicologia clinica, della psicologia della comunicazione, della psicologia di comunità, insieme ad altre competenze di ambiti come la medicina, al fine di prendersi cura delle vittime e dei soccorritori di eventi di crisi come i terremoti, le alluvioni e le emergenze sanitarie. Gli psicologi clinici e gli psicoterapeuti si occupano delle conseguenze sulla salute mentale degli individui. Importantissimo poi il contributo della psicologia scolastica!

 

7. A cosa serve la psicologia scolastica?

 

La psicologia scolastica è uno dei campi di applicazione della psicologia che comporta l’integrazione di conoscenze ed esperienze che derivano anche da altri settori, come la psicologia dell’educazione, la psicologia sociale e la psicologia clinica, passando dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Questo perché i destinatari e gli obiettivi degli interventi di psicologia scolastica sono molto vari (bambini, ragazzi, adolescenti, genitori, personale scolastico) e tutti i soggetti di questo articolato sistema (studenti, famiglie, scuola) rappresentano un amplissimo ventaglio di differenze individuali e di gruppo, che hanno bisogno di essere studiate e valutate prima di poter applicare degli interventi efficaci. Inoltre, il sistema scuola è calato in un complesso contesto territoriale, che comprende enti locali e sistema sanitario coi quali si interagisce continuamente. Tutto questo in un arco evolutivo che va dalla scuola dell’infanzia all’università.

Psicologhe e psicologi scolastici offrono dunque un’ampia varietà di servizi, che vanno dalla valutazione, diagnosi e intervento in quei casi nei quali si ravvisino ad esempio delle difficoltà di apprendimento negli studenti o dei problemi relativi alla loro condotta, a programmi di formazione rivolti a insegnanti e personale scolastico, mirati al miglioramento della gestione delle classi e dei rapporti con le famiglie. Inoltre, vengono previsti interventi di prevenzione per ridurre abbandono e dispersione scolastica e per contrastare discriminazioni e azioni di emarginazione sociale, inclusi atti di razzismo, bullismo e cyberbullismo. Infine, la psicologia scolastica offre anche sportelli di ascolto rivolti a tutti i soggetti coinvolti (studenti, famiglie, personale scolastico) e si occupa pure di orientamento scolastico e professionale.   

 

8. Ci sono dei problemi che la pandemia ha accentuato nei ragazzi? Pensiamo ad esempio alla sindrome della capanna, e ai fenomeni di autolesionismo. Quanto sono pericolosi questi aspetti per i ragazzi?

 

Abbiamo certamente rilevato un aumento di certi comportamenti eccessivi, come abbiamo visto.

L’isolamento sociale conseguente alla pandemia ha portato nei più giovani a un aumento del consumo di alcol, cannabis e altre droghe, e a un aumento delle dipendenze legate al tempo trascorso davanti allo schermo (videogiochi, gioco d’azzardo, shopping online, pornografia, binge watching, social…). 

La letteratura scientifica dimostra che le dipendenze da sostanze e le dipendenze comportamentali sono pericolose per la salute dei ragazzi perché esse possono causare danni strutturali al cervello, come riduzione dello spessore della corteccia cerebrale, alterazione del volume della sostanza grigia e danni a livello dell’ippocampo. Ne conseguono disturbi della memoria, dell’attenzione della concentrazione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, ma anche una riduzione delle capacità di apprendimento, di pensiero critico, di capacità sociale, oltre a disturbi psichiatrici come ansia e depressione, impulsività e disturbi del comportamento. 

Rileviamo poi, specialmente nella seconda ondata, un aumento di quei comportamenti di aggressività e violenza contro il proprio corpo, come l’autolesionismo, il self cutting (autoinfliggersi dei tagli) e i tentativi di suicidio. L’autolesionismo in Italia è un fenomeno che riguarda il 20% degli adolescenti. In alcuni ospedali italiani durante la pandemia le richieste di aiuto per motivi di autolesionismo e tentato suicidio sono aumentate fino a 20 volte. In particolare, nel tentativo di togliersi la vita i ragazzi sono ricorsi ai farmaci o hanno tentato di defenestrarsi. Ricordiamo che i disturbi del sonno, l’ansia, l’irritabilità possono poi sfociare in comportamenti aggressivi verso se stessi e gli altri e che la seconda causa di morte tra i 10 e i 25 anni è proprio il suicidio. 

 

Oltre a questi fenomeni già conosciuti, ma accentuati dalla pandemia da Covid-19, abbiamo imparato a conoscere altri tipi di manifestazione del disagio psichico, come la cosiddetta sindrome della capanna, una reazione psicologica che consegue a un lungo periodo di isolamento sociale: accade che il mondo esterno minaccioso si contrapponga alla propria casa, alla propria “capanna”, che invece è vissuta come un luogo protetto e sicuro. Per evitare l’ansia e la paura, la persona preferisce stare in casa e non riesce a riprendere contatto con il mondo esterno, che ormai è visto come cambiato, mutato irrimediabilmente, e la persona non si sente adeguata ad affrontarlo.

La sindrome della capanna può rientrare da sé progressivamente con il ristabilirsi di condizioni esterne rassicuranti, oppure attraverso il lavoro psicoterapico condotto da uno specialista.  

 

9. Quali sono le prospettive del rientro a scuola? Sarà difficile riabituarsi alla socializzazione?

 

La ricerca scientifica sta contribuendo alla comprensione degli impatti sulla popolazione. Queste conoscenze possono favorire l’individuazione di linee guida per prevenire e mitigare questi impatti. Sappiamo che la discontinuità delle abitudini di vita dei ragazzi e delle loro famiglie ha provocato danni alla salute mentale e sarà necessario poi continuare a monitorare la salute della popolazione. Detto questo, il rientro a scuola è assolutamente necessario e va garantito come bene essenziale, perché la scuola è un bene essenziale al quale non possiamo rinunciare come società civile. A questo punto è richiesto a tutti noi uno sforzo di consapevolezza, che ci sostenga nel capire e sentire quali siano i nostri bisogni e quelli degli altri. In questo modo possiamo essere risorsa per noi stessi e per gli altri.

La socializzazione comporta sempre e comunque delle forme di conflitto, proprio perché nelle relazioni sociali si incontrano le differenze individuali e gruppali. Adulti e minori, personale scolastico e famiglie, ognuno con il suo ruolo e con le sue capacità può contribuire al processo di risocializzazione, sempre tenendo che tutti abbiamo subito, chi in un modo, chi nell’altro, degli impatti emotivi e psicologici da questa pandemia COVID-19. Saper accogliere, ascoltare, dimostrare rispetto e comprensione per gli altri sono dunque ingredienti fondamentali delle relazioni sociali, ancora di più durante e dopo la pandemia.

 

10. I più fragili sono spesso i più dimenticati. Faccio riferimento ai bambini con bisogni educativi speciali. Già nel primo lockdown è stata registrata un’alta dispersione di questi ragazzi e ancora oggi persistono difficoltà nel coinvolgerli. Come viene affrontato questo problema?

 

La chiusura delle attività scolastiche in presenza rappresenta un grave vuoto per bambini e ragazzi disabili e con bisogni educativi speciali (BES): viene, infatti, a mancare il sostegno e il contributo essenziale di professionisti specializzati, che lavorano con gli studenti e le loro famiglie. Il danno di questo vuoto si manifesta anche come perdita dei traguardi raggiunti, dei progressi ottenuti. Quindi è una forma di danno che va a colpire non solo nel momento presente, ma portando indietro a condizioni pregresse, rende più faticoso e difficile il futuro, nel tentativo di riconquistare quei progressi che erano stati ottenuti con fatica e impegno. Per tutte queste persone il lavoro in presenza è davvero insostituibile, perché è quello che rende possibile la crescita e la realizzazione di se stessi.

Questo problema viene affrontato con progetti di inclusione che tengano presente l’emergere di nuove esigenze, legate alla nuova condizione nella quale si sono trovati i ragazzi e le loro famiglie a causa della pandemia. In questo senso, rileviamo una differenza sostanziale nella seconda fase della pandemia, quando nel DPCM del 5 novembre 2020 si è fatto specifico riferimento alle esigenze di questi ragazzi, invitando scuola e famiglie a collaborare in modo che fosse possibile per i ragazzi con BES frequentare in presenza coinvolgendo, ove possibile, un gruppo di allievi della classe. Inoltre, nel DPCM del 2 marzo 2021, anche nelle “zone rosse” veniva garantita la possibilità di frequentare in presenza agli studenti BES assieme ad alcuni compagni di classe, applicando così il principio dell’inclusione a garanzia di una adeguata relazione coi pari, il personale docente e non docente presente a scuola. 

L’esperienza della pandemia ci insegna anche qui che la formazione è una risorsa fondamentale per diminuire il divario, la diseguaglianza, la fragilità. In particolare, potenziare le competenze pedagogiche speciali sembra essere un investimento necessario e lungimirante per il benessere della nostra società.  

 

11. Come è possibile potenziare gli aiuti territoriali in una prospettiva di prevenzione e cura dei disagi psicologici?

 

Come abbiamo visto, prevenzione e cura dei disagi psicologici sono tra gli obiettivi della psicologia scolastica, che già dialoga con enti e servizi del territorio. Molto recentemente (28 luglio u.s.) è stata data notizia che la Regione Lombardia ha istituito “l’attivazione di un servizio psico-pedagogico per l’innovazione didattica e per il benessere della persona erogato congiuntamente da psicologi e pedagogisti”.

Questo servizio è di supporto alla dirigenza scolastica ed è rivolto a studenti, famiglie e personale scolastico degli istituti della scuola secondaria di primo e secondo grado e degli istituti di istruzione e formazione professionale (IeFP). La Regione Lombardia è la prima regione a dotarsi di una normativa specifica sul settore, che manca a livello nazionale, e la speranza è che un Servizio Psico-Pedagogico strutturato a livello regionale, che agisce nei vari campi di prevenzione e intervento tipici della psicologia scolastica (vedi sopra), possa essere seguito da iniziative simili nelle altre regioni italiane, in modo da contrastare in maniera più efficace fenomeni come la dispersione scolastica, il disagio relazionale, le difficoltà di apprendimento, e contemporaneamente agire per promuovere la competenza emotiva, cognitiva e relazionale a livello individuale e dei gruppi, facendosi forza della collaborazione tra scuola, famiglia e servizi territoriali.

Come abbiamo visto, tutti questi soggetti sono stati messi a dura prova dalla pandemia da Covid-19. I risultati della ricerca scientifica possono dunque supportare le istituzioni che hanno la responsabilità di individuare e attuare linee guida di intervento per la promozione della salute e del benessere in un ambiente scolastico che accoglie milioni di persone in un percorso di crescita psicologica e sociale quotidiano. 

L’esperienza della pandemia da COVID-19 ci sta mostrando quanto sia importante implementare strategie efficaci per la prevenzione di patologie come l’ansia e la depressione e per farlo è necessario attivare dei canali che eroghino servizi di salute mentale adatti all’età degli utenti. Il servizio psico-pedagogico per l’innovazione didattica e per il benessere della persona va proprio in questa direzione.

Per vedere l'intervista integrale:

 

       

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