22 aprile 2015

Alzheimer, una ricerca avverte: può colpire già a partire dai 20 anni

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Alzheimer, una ricerca avverte: può colpire già a partire dai 20 anni

Ricercatori della "Northwestern University" hanno condotto uno studio che dimostrerebbe come l'Alzheimer sia in grado di aggredire anche il cervello di un giovane di 20 anni. La proteina nota come amiloide, che svolge un ruolo essenziale nella malattia, è stata rilevata anche all'interno dei neuroni sani. Questa scoperta è molto importante perché, fino a questo momento, si pensava che le aree del cervello venissero interessate solo più avanti nel tempo, non partendo da un'età così precoce. Tale molecola ha la caratteristica di aggregarsi in oligomeri, questi ultimi ritenuti una delle cause principali dei danni che si verificano a livello neurale. 

È stata la rivista Brain a pubblicare i risultati dello studio; i ricercatori hanno avuto l'opportunità di osservare la proteina interessata nei "neuronicolinergici" del complesso del "prosencefalo basale", ossia nelle cellule che finiscono per essere colpite per prime dall'Alzheimer. Utilizzando delle tecniche di "immuno istochimica" è stato possibile analizzare in modo efficace i cervelli di 13 soggetti adulti di età compresa tra i 22 e i 66 anni, scelti tra individui cognitivamente intatti. A questi sono andati ad aggiungersi 16 pazienti anziani (dai 70 ai 99 anni di età) non dementi e 21 soggetti colpiti da Alzheimer (la cui età era tra i 60 e i 95 anni). L'accumulo di amiloide con presenza di placche ed aggregati è risultato crescente con l'aumentare dell'età; questo indipendentemente dal decadimento cognitivo riscontrato. In sostanza, il danno che viene causato ai neuroni deriva da diversi "attacchi" che si sviluppano parallelamente e nello stesso momento.

In base a quanto dichiarato dal direttore della clinica neurologica presente al "San Gerardo" di Monza Carlo Ferrarese, che non ha avuto alcun ruolo nello studio, quanto condotto dai ricercatori è molto importante, rappresentando un deciso passo in avanti per quanto riguarda la conoscenza del ruolo rivestito dalle cellule nell'avanzare della malattia. Attualmente, i ricercatori stanno studiando come identificare i marcatori precoci della malattia. 

Ad oggi, la diagnosi viene effettuata impiegando dei test neuropsicologici, attraverso i quali valutare i disturbi cognitivi portati ai pazienti dalla malattia. Avere la possibilità di individuare con maggiore anticipo l'inizio del percorso patologico permetterebbe di diminuire notevolmente (si parla di circa il 50%) i casi di demenza. Attualmente, sono circa 36 milioni le persone colpite da Alzheimer nel mondo; tale numero, secondo le stime effettuate, è destinato a crescere in modo notevole, tanto da triplicarsi entro i prossimi 35 anni. In Italia, le persone che soffrono di Alzheimer sono 500.000. Da sempre la prevenzione svolge un ruolo fondamentale nella cura della malattia; anche quest'anno verrà organizzata, dal 16 al 22 marzo, una nuova edizione della "Brian Awareness Week". Ad occuparsi dell'evento, nella nostra penisola, sarà la SIN (ossia la Società Italiana di Neurologia), per la quale il professor Ferrarese svolge il ruolo di segretario. L'argomento trattato quest'anno sarà la prevenzione delle demenze attraverso l'uso consapevole di una corretta alimentazione.

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