17 settembre 2020

Cyberbullismo: quanto conosciamo il fenomeno?

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Cyberbullismo: quanto conosciamo il fenomeno?

Psicologo Mauro Schiavella, psicologo e psicoterapeuta di Milano

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Non per tutti i ragazzi è un piacere tornare a scuola. Per tanti prevale la mancanza di volontà di rimettersi a studiare, di alzarsi presto e di riprendere le discussioni con i propri genitori in merito ai compiti da fare. Per altri ragazzi, invece, il problema è ben più grave: molestie verbali, aggressioni fisiche, persecuzioni, generalmente attuate in ambiente scolastico. Un incubo quotidiano, come lo definiscono tanti ragazzi vittime di bullismo e di cyberbullismo.

Per meglio comporendere la natura del fenomeno, abbiamo intervistato Mauro Schiavella, psicologo e psicoterapeuta di Milano.

 

Cosa si intende per cyberbullismo?

Il cyberbullismo è il bullismo che avviene attraverso luoghi e mezzi digitali (social media; messaggistica istantanea, forum digitali e videogames in rete; email) e che ha come vittime i minorenni. Potremmo anche chiamarlo “bullismo in rete” o “bullismo digitale”.

Il bullismo è un fenomeno sociale e si manifesta attraverso comportamenti caratterizzati da prepotenza e violenza. La relazione che si instaura tra molestatore e vittima è sempre asimmetrica, nel senso che da una parte c’è un soggetto aggressivo (individuo o gruppo) che prende di mira intenzionalmente un soggetto (individuo o gruppo), perché lo considera per qualche motivo debole. A questi due soggetti se ne aggiunge un terzo: il pubblico degli astanti, coloro i quali sono testimoni di questi atti di aggressione e che partecipano più o meno attivamente. Il consenso, l’approvazione, sono per esempio modi di rinforzare il comportamento del bullo. Si diventa così complici, anche se non si commettono gli stessi atti di prepotenza e violenza del bullo stesso. Gli astanti possono però anche non essere attivi, ma semplici spettatori.

 

Quali sono le caratteristiche del cyberbullismo e del bullismo?

Il cyberbullismo è persistente: è difficile, infatti, per le vittime trovare sollievo, perché potenzialmente i dispositivi digitali ci permettono di stare connessi 24/7 e quindi le aggressioni digitali possono avvenire senza sosta. Inoltre il cyberbullismo è permanente: le informazioni che vengono comunicate digitalmente sono permanenti e pubbliche, se non vengono rimosse. Viene colpita così la reputazione online della vittima. Al giorno d’oggi abbiamo anche una identità online, quella memoria fatta di immagini e testi che condividiamo con gli altri. Lì va a colpire il cyberbullo.

Altra caratteristica del cyberbullismo è che è difficile da notare e riconoscere, mentre gli atti di bullismo sono più visibili. Inoltre, il pubblico è molto più vasto. I cosiddetti bystanders (astanti) possono potenzialmente trovarsi in tutto il mondo, e possono esserci addirittura milioni di spettatori. Questa caratteristica è davvero distruttiva: può essere sufficiente un singolo atto di cyberbullismo, condiviso con milioni di persone, per amplificare in modo schiacciante la sua potenza vessatoria, rendendo ad alcuni ragazzi e ragazze davvero insopportabile il carico di umiliazione e vergogna, tanto da progettare e realizzare il suicidio. Un esempio è quello della giovane Carolina Picchio, che si è tolta la vita a 14 anni.

Infine, nel cyberbullismo il molestatore spesso riesce a rimanere anonimo e difficilmente reperibile e quindi il cyberbullo risulta più disinibito e spietato, cosa che ne aumenta la pericolosità. 

 

In che modo i cyberbulli attaccano le loro vittime?

Sono diverse le azioni vessatorie, tanto che potremmo scrivere un glossario del cyberbullismo.

Perseguitare con molestie, denigrazioni e minacce ripetute (Cyberstalking); parlare male di qualcuno per danneggiarlo (Denigrazione); diffondere dati personali/sensibili (Doxing); emarginare da un gruppo online (Esclusione); esporre contenuti personali, postandoli o inoltrandoli (Exposure); infiammare la conversazione in un forum utilizzando volgarità (Flaming); insultare tramite molestie mirate (Harassment); sostituirsi a una persona e pubblicare testi e contenuti in sua vece (Impersonation); spaventare con minacce, fino alle minacce di morte (Intimidation); incoraggiare autolesionismo e/o suicidio (Istigazione); calunniare a mezzo stampa (Libeling); registrare la vittima in liste commerciali (Marketing List Insertion); impossessarsi della password della vittima per poi cambiarla ed escludere la vittima dai suoi account digitali (Password Theft & Lockout); acquistare prodotti con le carte di credito dei genitori della vittima (Phishing); registrare la vittima in siti pornografici (Pornography Insertion); condividere immagini e video di esplicita natura sessuale (Sexting); ingannare ottenendo prima la fiducia e poi condividendo contenuti confidenziali (Trickery); provocare e andare a caccia di vittime nei luoghi digitali (Trolling); creare pagine web che denigrano la vittima (Web Page Assassination).

Alcuni atti di cyberbullismo configurano vere e proprie condotte criminali, regolate da Codice Civile, Codice Penale e Codice della Privacy.

 

Statistiche: quali sono i dati della diffusione del fenomeno. Da che età a che età si sviluppa, sono più i maschi o le femmine?

L’Istat ha pubblicato nel 2019 un’indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo.

Prendendo in considerazione la fascia di età 11-17 anni, l’85,8% dei maschi e l’87,5% delle femmine utilizza il cellulare tutti i giorni. Il 72% dei maschi e il 73,2% delle femmine naviga in Internet quotidianamente. Risulta dunque che le ragazze siano le utenti digitali più assidue in questa fascia di età.

Per comprendere i dati del cyberbullismo è utile soffermarsi prima su quelli del bullismo. Nella fascia 11-17 anni in generale più del 50% (55% femmine; 49,9% maschi) ha dichiarato di aver subito nei 12 mesi precedenti episodi riconducibili al bullismo (offeso con soprannomi, parolacce, insulti; preso in giro per l’aspetto fisico o per il modo di parlare; preso di mira “sparlando” di lei/lui; emarginato per le opinioni; colpito con spintoni, botte, calci, pugni). Il 19,8% (20,9% femmine; 18,8% maschi) ha subito questi atti una o più volte al mese; il 9,1% (9,9% femmine; 8,5% maschi) li ha subiti una o più volte a settimana.

Se ci concentriamo poi sulle differenze territoriali, notiamo come al Nord si siano manifestati più atti di bullismo: 57,3% contro 48,7% del Centro e 49,2% del Sud.

Se ci focalizziamo sulle vittime del cyberbullismo, notiamo che il 22,3% ha subito atti di cyberbullismo (16,4% qualche volta nell’anno; 5,9% una o più volte al mese). In particolare sono stati colpiti qualche volta l’anno il 17,8% delle femmine e il 15% dei maschi, mentre il 7,1% delle femmine e il 4,6% dei maschi è stato vittima una o più volte al mese.

La fascia 11-13 conta più vittime della fascia 14-17 per quanto riguarda la frequenza una o più volte al mese (6,9% contro 5,2%), mentre la tendenza si inverte se consideriamo gli atti di cyberbullismo perpetrati qualche volta l’anno (11,7% degli 11-13enni contro 19,3% dei 14-17enni).

Questi ultimi dati dimostrano che la fascia 11-13 anni è più vulnerabile ad attacchi frequenti e che però nella fascia 14-17 anni si registrano un maggior numero di aggressioni digitali, anche se meno frequenti durante l’anno.

 

Come e perché si diventa cyberbulli?

Come abbiamo visto dai dati statistici, stiamo parlando di un fenomeno molto diffuso in Italia. La facile accessibilità a Internet e ai dispositivi digitali in grado di connettersi, la scarsa educazione civica digitale e la varietà di possibili atti di cyberbullismo, rendono qualsiasi giovane utente potenzialmente in grado di incarnare uno o più dei soggetti coinvolti in atti di cyberbullismo (aggressori, vittime, astanti).

Teniamo presente che proprio per la scarsa educazione civica digitale non tutti i cyberbulli sanno di esserlo. Non tutti sono consapevoli che stanno commettendo delle azioni che addirittura configurano reati penali. Alcuni dei comportamenti di cui abbiamo accennato prima, come escludere qualcuno da un gruppo online, possono essere messi in atto anche da bambini della scuola primaria che escludono un/a compagno/a da una chat di classe. Altri atti di cyberbullismo comportano invece delle competenze e conoscenze più complesse e malgrado questo alcuni ragazzi non percepiscono i propri comportamenti prepotenti come causa di danno per le vittime.

Ci sono poi quegli aggressori intenzionali, quelli che si adoperano in maniera ostinata per stabilire relazioni basate su prepotenza e violenza. Alcuni di essi hanno sviluppato o stanno sviluppando i tre tratti di personalità che caratterizzano la cosiddetta triade oscura (dark triad): narcisismo (avere una opinione grandiosa di sé, essere egoisti e non empatici) machiavellismo (manipolare e sfruttare gli altri; ingannare gli altri per ottenere ciò che si vuole; essere privi di senso morale) e psicopatia (mancanza di rimorso e di empatia; egoismo; insensibilità e comportamenti aggressivi, devianti e antisociali fino agli atti criminali). Gli individui che hanno questi tre tratti di personalità tendono a stabilire relazioni manipolatorie caratterizzate da una mancanza di empatia fino alla completa insensibilità per l’altro.

In una ricerca del 2015 Goodboy & Martin hanno mostrato che tutti e tre i tratti di personalità della triade oscura sono correlati positivamente con atti di cyberbullismo, ma che la psicopatia è l’unico dei tre che predice il cyberbullismo. Questo significa che i giovani che hanno il tratto di personalità della psicopatia avranno la tendenza a perpetrare in maniera continuativa e spietata degli atti di aggressione digitale.

Talvolta, essi stessi sono/sono stati vittime di prepotenze e violenze da parte di coetanei e/o adulti. Questi giovani vivono dunque delle condizioni di sofferenza interiore, di disagio psicologico ed esprimono il loro dolore colpendo qualcun altro. Scaricano la loro frustrazione sugli altri, cosicchè da vittime diventano carnefici. Mi sembra significativo che molti atti di cyberbullismo scaturiscano da relazioni nella vita reale, soprattutto in ambito scolastico: le antipatie, le rivalità e le prese in giro che hanno sempre caratterizzato le relazioni tra bambini, ragazzi e adolescenti adesso hanno la rete come luogo di amplificazione e ormai un atto denigratorio può avere conseguenze fatali.

 

Qual è la forma di cyberbullismo più denunciata?

Abbiamo visto come alcuni degli atti di cyberbullismo più gravi configurino dei reati penali: secondo i dati diffusi dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni nel 2019 ingiurie, minacce e molestie sono le più denunciate (141 vittime; 11 minorenni denunciati). A seguire poi diffamazione online (114 vittime; 28 minorenni denunciati) e furto di identità sui social network (87 vittime; 15 minori denunciati).

Infine, troviamo reati come la diffusione di materiale pedopornografico (81 vittime; 62 minori denunciati), il ricatto di diffondere materiale audio o video intimo della vittima collegato al tentativo di estorcere denaro (cosiddetto “sextortion” – 19 vittime e 15 minorenni denunciati) e lo stalking (atti persecutori – 18 vittime e 5 minorenni denunciati). In totale si sono registrate 460 vittime (52 meno di 9 anni; 99 10-13 anni; 309 14-17 anni) e 136 minorenni denunciati. 

 

Quali sono i canali su cui viaggia il fenomeno? La diffusione di Internet ha amplificato il suo raggio d’azione?

I canali delle aggressioni digitali sono molto vari: si va dagli SMS alle applicazioni di messaggistica istantanea (WhatsApp, Line, Messenger, WeChat, Telegram, Vibe, Kik, Instagram Direct); dai social media (Askfm, Chatroulette, Discord, Facebook, Instagram, Line, Reddit, Snapchat, Timehop, Tinder, Youtube, YUBO) ai forum digitali fino alle email.

Non bisogna dimenticare i videogames online, attraverso i quali si ha accesso a communities di giovani e adulti di tutto il mondo (quasi il 90% dei teenagers gioca online). Più il gioco ha un’impronta aggressiva e violenta, più i giovani utenti saranno esposti ad attacchi di cyberbullismo. In questi giochi l’utente può scegliere un’identità anonima, creando degli alter-ego/avatars. I malintenzionati approfittano di questa opportunità proprio per scatenare la loro aggressività, sia come singoli, sia come gruppi organizzati (alleanze, gilde, comunità online).

 

Quali sono i segnali che dovrebbe saper interpretare un genitore per rivolgersi a uno specialista?

Ci sono diversi segnali che gli adulti dovrebbero imparare a riconoscere. Per esempio l’aumento o la diminuzione evidente dell’uso dei dispositivi digitali rispetto all’uso abituale, oppure nascondere lo schermo o il dispositivo quando gli altri si avvicinano. I ragazzi possono anche manifestare delle risposte emotive, come ridere, essere irritati, turbati, arrabbiati o in ansia. Le vittime di cyberbullismo possono anche evitare eventi sociali, compresi quelli che interessavano/piacevano in precedenza, fino a perdere interesse nelle persone e nelle attività. La chiusura e apertura di account sui social media, il tentativo di evitare di parlare di cosa stia facendo online, sono altri comportamenti possibili.

 

Famiglia e scuola cosa potrebbero fare per prevenire il fenomeno?

I nostri ragazzi sono nativi digitali e hanno imparato a scrivere su un dispositivo digitale prima ancora di imparare a impugnare una matita, quindi spesso ne sanno più di noi.

Mi capita di parlare con genitori che ignorano certi aspetti della rete e che, malgrado siano consapevoli di alcuni pericoli della rete, tendono a minimizzare le possibilità che i figli possano inviare/ricevere attacchi attraverso i dispositivi digitali che ormai tutti abbiamo in casa. Quindi il primo passo è informarsi e partecipare all’educazione digitale dei ragazzi. Gli adulti hanno il dovere di supportare i giovani a sviluppare il senso di responsabilità e il pensiero critico anche nei mezzi e luoghi digitali, in modo da facilitare e garantire l’etica digitale. I genitori hanno il compito di definire cosa sia per loro un comportamento digitale appropriato, chiarendo ad esempio cosa possa essere visto e/o condiviso e quale sia la reputazione online che i figli dovrebbero aspirare ad avere. Il ruolo attivo dei genitori dovrebbe prevedere anche la capacità di selezionare quali siano i servizi online più adeguati per i propri figli, escludendoli quando il criterio dell’età non è soddisfatto.

Nella mia esperienza clinica questa è una delle mancanze che osservo più spesso, specialmente quando si tratta di videogiochi e applicazioni di intrattenimento: bambini di 10 anni che giocano online a videogames vietati ai minori di 18 anni. Sarebbe poi buona norma che i genitori stabilissero altri limiti fondamentali, come il tempo d’uso.

Il Ministero dell’Istruzione (MIUR) co-finanzia con la Commissione Europea il Progetto “Safer Internet Centre (SIC) - Generazioni Connesse” www.generazioniconnesse.it .
Il MIUR coordina il progetto in partenariato con enti che si occupano della sicurezza in rete, dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza alla Polizia di Stato, dagli Atenei di Firenze e “La Sapienza” di Roma a Telefono Azzurro e Save the Children Italia solo per citarne alcuni. Il Safer Internet Centre fornisce così informazioni e supporto ai giovani utenti (bambini e ragazzi) e a coloro che hanno il compito di educare e vigilare (genitori, docenti, educatori). I servizi offerti dal SIC hanno proprio lo scopo di garantire un ambiente online più sicuro, in modo che l’uso più consapevole e positivo della rete possa essere di supporto alla crescita degli individui e della collettività. Le scuole, per esempio, possono aderire al progetto di educazione digitale denominato “e-policy”.

 

Cosa fare quando avviene il cyberbullismo?

Innanzitutto investigare e mostrare che il cyberbullismo venga preso sul serio dagli adulti. Per accorgersi del cyberbullismo bisogna riconoscerne i segni. Uno strumento fondamentale è sicuramente parlare coi ragazzi: fare domande per capire cosa stia accadendo, quando è iniziato, in che modo, e chi è coinvolto.

È necessario documentare gli atti di cyberbullismo, raccogliendoli in un un archivio senza rispondere al cyberbullo e senza inoltrare i suoi messaggi ad altri. È possibile dunque salvare immagini, testo, email e qualsiasi prova delle aggressioni digitali subite. Bisogna poi bloccare il cyberbullo, utilizzando gli strumenti di blocco che ormai tutti i social media, i servizi di messaggistica ed email mettono a disposizione degli utenti. Fatto questo, bisogna segnalare gli atti di cyberbullismo al distributore di servizi online, perché violano i termini e le condizioni di utilizzo (per esempio sono contenuti non appropriati). In questo modo i gestori del servizio possono intervenire.

Quando poi gli atti di cyberbullismo comportano reati penali come minacce di violenza, pedopornografia, stalking, istigazione al suicidio, allora bisogna assolutamente denunciare alle autorità competenti, a partire dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni. Inoltre, è importante denunciare gli atti di cyberbullismo alle autorità scolastiche, in modo che possano attivare strategie di prevenzione e rispondere in maniera tempestiva.

Ricordiamo poi che in Italia, per contrastare questo fenomeno crescente, è stata approvata la legge n°71 del 29 maggio 2017 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”. Grazie a questa legge i minorenni vittime di cyberbullismo, anche senza informare i genitori, possono chiedere ai gestori di servizi online di rimuovere, oscurare o bloccare il contenuto vessatorio condiviso dal cyberbullo. Il gestore deve provvedere entro 24 ore. Se non lo fa, ci si può rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali, il quale agirà entro 48 ore.

 

Quale potrebbe essere la cura per questi ragazzi?

La prevenzione è la miglior cura!

Bisogna iniziare molto presto coi bambini, prima della scuola primaria. Sappiamo che nel 2019 il 12,9% dei bambini 6-10 anni ha usato il cellulare tutti i giorni. Quindi il percorso educativo deve iniziare assolutamente prima. Stabilire poche e chiare regole per l’uso dei dispositivi digitali e stabilire anche delle conseguenze, nel caso che i nostri giovani utenti non rispettino quelle regole.

Essere dei modelli positivi per i nostri figli è fondamentale: se noi per primi utilizziamo la rete in modo prevaricatorio e prepotente, non dovremmo stupirci se poi i nostri ragazzi ci emulano e ci fanno notare che hanno imparato da noi. Si può dunque fare prevenzione primaria, informando ed educando bambini, ragazzi e adolescenti, ma si può fare anche prevenzione secondaria, prendendo in carico i cyberbulli in modo che possano lavorare su di sé e imparare a costruire relazioni sane basate sul rispetto e l’empatia.

In questo senso la psicoterapia può essere un percorso adeguato per supportare questi giovani nella loro crescita, rendendoli così in grado di contattare i propri dolori, le proprie sofferenze, per poi accettarli, accoglierli e prendersene cura.

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